…Negli escrementi!

I quartieri, si sa, offrono sempre le loro sorprese. C’è il quartiere ricco, il quartiere meno ricco, il quartiere povero, il quartiere dove è tanto se non ti stuprano se esci dopo il tramonto, il quartiere dove il vicino ammazza l’altro vicino perchè il fetente ha fatto cadere le briciole dalla tovaglia dritto sul suo balcone, e così via.

Fino a oggi pensavo che il mio quartiere fosse, tutto sommato, un posto tranquillo, senza nessun personaggio particolarmente degno di nota. Anzi, un po’ mi manca la pazza del condominio di fianco, quella che bestemmiava notte e giorno echeggiando nelle afose estati veronesi (d’estate se la prendeva sempre con il condizionatore- e la capisco bene, l’estate non è mai facile, a Verona). Questa mancanza di personalità di spicco mi dava un leggero senso di tristezza. Un quartiere non può definirsi tale senza qualcuno che dia un po’ di colore e intrattenimento.

E’ quindi con mia somma gioia che vi annuncio che da oggi- dovrei dire “da qualche tempo a questa parte”, ma ammetto di non essermene mai accorta- anche noi possiamo godere della presenza di due simpaticissimi vicini la cui sanità mentale è ignota ai più.

Tutto inizia ieri, quando mio padre, tornato a casa dopo aver portato il cane alla toilette (vedi: parco), ci raggiunge con un volto dal pallore spettrale e ci racconta di essere stato fermato da un uomo.

“Stavo camminando belbellamente con il canide e un amico, quando una macchina XYZ si ferma al lato della strada. Ecco allor uscirne un uomo, che s’appropinqua alla mia persona chiedendomi se per puro caso fossi a conoscenza di gentaglia del quartiere solita a inzaccherare i marciapiedi con gli escrementi dei propri canidi. Rispondo che, poffarbacco, no, non ne sapevo nulla. E quello, con fare minaccioso, guarda prima me, poi il nostro canide, e puntando il dito verso l’animale mi informa che, semmai dovesse trovarsi testimone del canide nell’atto della defecazione, lo picchierà, uccidendolo di botte.”

(Va bene, forse mio padre non parla proprio così.)

Ora, dopo un’ora passata a lanciare maledizioni che-Tutankhamon-se-le-sogna a sto stronzo a cui piace andare a minacciare cani a caso (non fa una piega- se giri con un cane automaticamente vuol dire che lasci merda per strada, giusto?), siamo passati alla fase introspettiva del “da dove arriva l’astio di questo figuro?”. E visto che in un quartiere che si rispetti le notizie viaggiano più veloci che sulla rete- alla faccia di Facebook, Twitter e social network vari- siamo semplicemente andati a fare quattro chiacchiere con il giornalaio, dove, sempre per la Legge delle Comari, abbiamo incontrato altri vicini.

Viene fuori che il nostro giornalaio, dopo essere stato soggetto di numerosi dispettucci (scritte sulle serrande dell’edicola, sacchetti di cacca lasciati fuori e dentro l’edicola, etc), ha installato delle telecamere per scoprire chi era il simpatico umorista a cui piaceva tanto torturarlo senza motivo.

Una banda di giovanotti perdigiorno? Ragazzini delle medie senza hobby alcuno? Un acerrimo nemico? L’ex della moglie? Un piromane senza i soldi per accendino o fiammiferi, ergo molto frustrato, ergo prono a sfogarsi contro qualcuno?

No.

Una coppia di vecchietti.

Dalle registrazioni si vedono questi due, anzi tre- signora, signore e cagnetto, di quelli piccoli, che però cagano come fogne- che, alle sei del mattino, si avvicinano furtivi all’edicola, una volta lasciando scritte, un’altra usando il cane come pistola sparamerda. “Presto, presto! Hai finito?” si sente dire alla signora.

Viene anche fuori che lo stronzo che ha fermato mio padre (stronzo, che ci tengo a ribadirlo, rimane tale), era incazzato come una iena perchè il giorno prima la figlia di sei anni, ora traumatizzata for life, salendo sulla macchina del suo caro babbino aveva avuto uno spiacevole incidente. Aprendo la porta dell’auto, si era ritrovata uno stronzo spiaccicato in mano. E con stronzo non intendo suo padre, ma escrementi. Perchè, a questi simpatici vecchietti, piace andare a nascondere ricordini sotto le maniglie delle auto. Astuti come anguille, avvolgono il dono natalizio in un fazzoletto, per poi incastrarlo dove non può esser visto.

Non avrei potuto sperare in meglio. Meraviglioso. Me-ra-vi-glio-so.

Credo che per finire questo post non si possa fare altro che citare Fossi Figo di Elio.

Ma guardi, per me non c’è una ra…se ci, se ci…se c’era la pena di morte, da darla a quelli che vanno in giro a fare fare..lasciamo..cioè…per non usare le robe volgari..a fare i bisognini per terra…che uno esce che ha lavorato tutto il giorno….che è in giro a far ballare i piedi…e si trova lì e si trova il regalino del signor tal dei tali, del Lante della Rovere del…del Savoia che gà il cagnulin e io ciacchete che entro negli escrementi..scusate perchè le cose van dette….negli escrementi!

Buongiorno!!!

In questo periodo sono a Milano un giorno sì e l’altro anche. Questa mattina, colta da un’improvvisa ondata masochista-che-manco-inginocchiarsi-sui-ceci-e/o-fagioli-borlotti, sono entrata alla Rinascente. Che non si chiama Rinascente, bensì La Rinascente, in quanto, chiaramente, lei è figa e voi no.

Una volta che mi hanno aperto la porta con un sorriso pagato e un buongiorno con tre punti esclamativi, mi sono fiondata alle scale mobili, già pentendomi di essere entrata. Mi sembrava brutto però fare un dietrofront così marcato, così ho pensato bene di inerpicarmi fino in cima con nonchalance da premio Oscar. Insalsicciata tra sciure della Milano Bene e giuovini alla moda, io e il mio broncio scazzato donavamo quel nonsochè di chi non sa riconoscere una pashmina da un foulard.

Al primo piano scopro una nuova categoria professionale mai vista in vita mia. Non da Macy’s. Non da Selfridges. Non da… Basta, non bazzico per grandi magazzini proibitivi, io.

Ella è la Commessa Benvenuto Della Scala Mobile.

La povera Ci Bi Esse Emme non sembra avere alcun compito se non quello di sostare come un’allocca davanti alle scale mobili, aspettando con ansia e trepidazione quei poveri cristi dei clienti, solo per dargli un irritantissimo “Buongiorno!!!” (i tre punti esclamativi sono molto importanti, alla Rinascente.) La si scorge quando si è più o meno a tre quarti della salita- una vedetta col sorriso a 32 denti al posto del fucile, e vi assicuro che come arma non è meno inquietante. Vi vede. Vi fissa sorridendo, minacciosa. Voi abbozzate un sorriso timoroso, dentro di voi un “Chi cazzo è questa?”. Man mano che salendo compare alla vista anche il corpo di colei che prima era solo un faccione da Stregatto, notate che indossa un’orribile maglietta con la scritta Welcome. Oh. “Buongiorno!!!” “Sì…… Salve…..” Voltate, infilandovi nella prossima scala mobile, scossi dall’esperienza (se siete come me e odiate i saluti molesti). A metà strada, un nuovo Stregatto compare all’orizzonte. Stessa scena, identico copione.

Ora, La Rinascente ha quattro, cinque piani. E quattro, cinque signorine pagate per darvi il buongiorno. Vi dico solo che le donzelle alla moda davanti a me, le stesse che al primo piano avevano commentato entusiaste “Oh ma come sono gentili qui!”, al quinto piano bofonchiano un “Se se, ciao. Oh ma queste andare fuori dai maroni no?”

Mai lasciare il telefono a un beagle.

Questa mattina il mio cane ha ben pensato di telefonare alla mia amica Silvia.

Non che si conoscano e abbiano stretto una profonda amicizia, i due. Soprattutto, non che il mio cane sia solito fare telefonate in giro.

No, il mio cane stamattina si è trovato sul divano il mio iPhone e, di fronte all’arrogante e francamente villana sveglia delle 7.30, si è svegliato e deve aver porconato pensando alla padrona che si rotolava beata nel letto. Deve poi aver capito da dove arrivava il suono, per infine decidere di fare qualcosa. Capite bene, il mio cane non è di quelli che alle 6 del mattino vengono belli pimpanti a romperti le balle mentre stai dormendo, leccandoti la faccia e scondinzolando, traduzione di “CIAO CIAO CIAO DEVO FARE LA CACCA, CACCA CACCA CACCA CACCA CACCA CACCA CACCA, MI PORTI A FARE LA CACCA??????????????????????”

Il mio cane è pigro, al mattino bisogna svegliarlo con educazione e delicatezza per non disturbare l’equilibrio dei suoi chakra. Una volta sveglio- e non capisco perchè continuo a usare verbi al maschile visto che è una lei- deciderà che sì, tu umano sei degno di accompagnarlo alla toilette anche questa mattina.

Ma essere svegliati così, alle 7.30, che affronto!

Ora, io me ne stavo beata nel mio letto quindi non ho, ahimè, potuto assistere alla scena, ma le cose devono essere più o meno andate così, altrimenti non so come altro si potrebbe spiegare la cosa. Attirato dal suono, il mio cane deve aver cominciato a zampeggiare, museggiare (di certo non a maneggiare) il mio telefono. In qualche modo ha conquistato il mondo dei touch screen, spento la sveglia e premuto il tasto di chiamata veloce (sempre sul touch screen, parliamone. Presto mi chiederà di comprarle l’iPad!)

La povera anima chiamata era appunto la mia amica Silvia. Questa povera bestia (Silvia, non il mio cane), vive però a Londra (il mio cane non si fa mancare nulla, e fa solo chiamate all’estero). GMT+0, ovvero Greenwich Mean Time +0. Un’ora meno di noi. Non solo è stata chiamata da un cane di prima mattina. E’ stata chiamata da un cane alle 6.30, mentre giustamente sognava beata. Pensando di parlare con me, ha anche chiesto al mio cane che cazzo la chiamavo a fare a quell’ora immonda.

Tranquilli, il mio cane non le ha risposto. Quando lo farà, credo che la mutazione da animale a Power Ranger sarà del tutto completa.

Volare, oh oh. Cantare, oh oh oh oh.

Qualcuno mi può spiegare perchè certi miei connazionali pensano che applaudire all’atterraggio di un volo sia cosa buona e giusta? Devo ancora capire che cosa li spinge a comportarsi come se avessero appena finito il giro su una giostra di Gardaland e volessero congratularsi con Prezzemolo in persona.

Davanti all’applauso dell’Italiano si agitano in me diverse sensazioni- fastidio. Pietà. Violenza repressa. I denti mordicchiano la lingua per fermarmi dal sibilare cose come “Ma il reparto maternità dell’ospedale dove siete nati era in marmo di Carrara e l’ostetrica vi ha per caso fatto cadere, facendovici sbattere violentemente il vostro povero, minuscolo cranio?“, facendomi optare per un più censurato “Oh Cristo santissimo.” Trovo tremendamente irritante questo stupito senso di meraviglia di fronte al fatto che l’aereo, ommmmioddiol’avrestimaidetto, atterra, anche per le espressioni tra mista pietà, divertimento e fastidio sui volti degli altri passeggeri, che probabilmente si chiedono se gli italiani si sono mai accorti che l’uomo non ha imparato a volare l’altroieri.

E’ solo una della lunga lista di cose che mi fanno sempre sperare di non trovare più di qualche cittadino della Repubblica sul mio stesso volo. In numero inferiore a dieci sono sopportabili, oltre, la situazione diventa insostenibile.

L’italiano medio (non abituato a voli frequenti) in aereo è inquieto. Che sia perchè ha l’Ansia o perchè volare è una Cosa Insolita non importa, il punto è che è preso dal morso della tarantola, fin dal momento dell’imbarco. Macchè, del check-in. Se viaggia solo è pressochè innocuo. Ma diciamolo, l’Italiano Medio Non Abituato a Voli Frequenti solitamente non viaggia da solo. Prendiamo quindi il caso di una famigliola italiana, la famiglia Stracciamaroni.

Intanto c’è da dire che i Stracciamaroni viaggiano con cinque bagagli da mettere in stiva e altrettante borse, sacchetti e sacchettini da portarsi in aereo. Al check-in, pensando di fare il furbo, il signor Giovanni Stracciamaroni, capo branco, probabilmente andrà allo sportello della business class perchè “Dai, Rosa, in questa fila non c’è nessuno!”, per poi rimanerci effettivamente male quando verrà reindirizzato alla fila della economy. Se italiano nel midollo, chiederà alla hostess perchè, visto che insomma! La fila lì è vuota, che differenza fa?

Mentre aspetta di imbarcarsi, la famiglia Stracciamaroni si sparpaglia per l’aeroporto per poi chiamarsi vicendevolissivevolmente da un capo all’altro dell’edificio, e se pensate che lo faccia al telefono probabilmente voi che state leggendo siete degli stranieri che si sono trasferiti in Italia da poco. Perchè usare un cellulare quando si hanno polmoni e diaframma made in Italy? “GIANNI! OH! GIAAANNIHHH!” “CHECCC’E'?!” “CE L’HAI TU PIERO?” “E’ QUA E’ QUA, MA VIENI QUA CHE GLI DEVI CAMBIARE IL PANNOLOTTO!”

In un modo o nell’altro, Stracciamaroni padre & co salgono sull’aereo, voltandosi continuamente per controllare che nessun membro della famiglia vada perduto, trasformando lo stretto corridoio in una Milano all’ora di punta. Ora, uno potrebbe pensare che, come ogni essere dotato di cervello, anche il signor Stracciamaroni si accomodi nel posto a lui assegnato insieme alla sua combriccola. Posti 8 ABC e 9 EF. Ma il piccolo Piero vuole stare vicino alla mamma, e il piccolo Piero, caspita, ha il posto 9F, mentre la signora Stracciamaroni è all’8B! O no! CRISI. Suddetta crisi ovviamente ha luogo in mezzo al corridoio.

“Allora, Piero, vuoi stare vicino alla mamma o al papà?”
“…’lla mamma!”
“Sei sicuro?”
“Tì!”
“Sicuro sicuro?”
“Tì!”
“Non cambi idea poi eh?”
“No!”
“Dai Gianni, mi metto io vicino a Piero e tu stai coi nonni.”
“No aspetta, però il nonno ha la vescica sensibile, mettiamolo nel posto corridoio.”
“Rosetta, Rosetta, ce l’hai la borsa del bambino? Te la passo? Ce l’hai il biberon?”
“Sì mamma, ce l’ho il biberon.”
“Voglio il papà!!”
“Piero, ma hai detto che volevi stare vicino alla mamma!”
“Gno!”
“Vabbè va, spostati di nuovo, Gianni.”
“Rosetta, Rosetta, ce l’hai le mentine anti-nausea per il bambino?”
“Sì mamma, ce l’ho le mentine anti-nausea per il bambino.”
“Vojo il nonno!!!!”

Poi una divinità a vostra scelta si manifesta e in qualche modo la famiglia Stracciamaroni si accomoda al proprio posto, sbloccando il raccordo anulare, l’autostrada del Sole, la tangenziale di Mestre che si era venuta a creare dietro di loro. Pronti? Si parte.

Il decollo è vissuto molto intensamente. E’ sempre una sorpresa vedere che l’aereo si alza davvero. Che emozione! La signora Rosetta è tutta un “GUARDA! VOLIAMO!”, il signor Gianni pare essere convinto di essere allo stadio quando le ruote si staccano da terra (“OOOOOOOOLLLEE’!”- vorrei potervi dire che questo particolare episodio è frutto della mia fervida immaginazione, ma è Vita Vera che purtroppo ho dovuto subire), e il nonno già si guarda intorno per collocare il bagno.

Ora, appena (e dico appena) le luci che segnalano l’obbligo di tenere allacciate le cinture si spengono, gli Stracciamaroni si alzano in blocco. La nonna comincia ad armeggiare con le cinque cappelliere dove hanno stipato i loro bagagli a mano, cercando, in sequenza, i biscotti-il golfino-gli occhiali-le salviette igienizzanti-il panino col prosciutto-il thermos-la sciarpetta-il giochino per Piero. Il nonno usa il bagno, e dopo aver usato il bagno pensa bene di sedersi sul bracciolo del suo sedile, bloccando il corridoio per parlare del più e del meno con il genero, classico comportamento da Studente in Gita. Solo che sul pulmino è accettabile, mentre in aereo gli Studenti in Gita dovrebbero bruciare tutti in un tripudio di combustione e fuochi d’artificio. Ciliegina sulla torta, a Pierino è permesso di scorazzare libero e felice come una farfalla. Situazione per me molto irritante è quella della persona che si inginocchia sul sedile, voltandosi per parlare con l’amico/parente. Già mi irrita vederlo fare da un bambino, ma quando a farlo sono gli adulti mi rammarico sempre del divieto di portare a bordo, che ne so, un kalashnikov.

Naturalmente, tutto questo non è certo fatto in silenzio. A seconda del caso, si va dal borbottio costante (un blablabla che vi seguirà nella tomba- sì, gli Stracciamaroni sono anche logorroici) al vero e proprio inquinamento acustico. Mi è rimasto impresso un volo con un gruppo di milanisti che andavano a Londra per Milan-Arsenal. Ho preso l’opzione di aprire lo sportello e gettarmi sulle Alpi in seria considerazione.

Il volo trascorre quindi lento e costellato da simpatici rumori e movimenti, quando finalmente il segnale delle cinture si illumina di nuovo. L’atterraggio fortunatamente non è vissuto con lo stesso entusiasmo del decollo, forse perchè Piero è stanco, l’aereo non è poi tutto questo divertimento e il nonno è bloccato in bagno. Ciò non toglie che quando le ruote toccano di nuovo terra scatti l’applauso generale per l’Eroe di Guerra che in qualche magico modo è riuscito a portarci di nuovo col sedere sul pianeta. Bravo! BRAVO!

Si scende come si è saliti- Raccordo Anulare 2, La Vendetta. Prendi in braccio Piero, raccogli le borse, la nonna non trova gli occhiali, togli la sciarpetta che sennò poi fuori sudi e ti prendi un accidente. Le hostess sorridono a denti stretti quando vengono salutate dalla famiglia Stracciamaroni, un rivolo di sudore nervoso a rigare le loro tempie.

Li lascio al nastro del ritiro bagagli, allontanandomi in fretta e furia. Dietro di me, un’eco di italianità.

“GIANNI! OH! MA CHE CE L’HAI TU LA BORSA DEI PANINI?”

Pessimismo.

Strada di quartiere, lunedì mattina. Cielo nuvoloso, un raggio di sole buca le nuvole in quel modo ironico tipico del tempo (“Guarda, tanto pioverà, ma io ti illudo che possa anche non mettersi a piovere, così quando deciderai di lasciare l’ombrello a casa riderò di te, sporco umano.”) Un bimbo di cinque o sei anni passeggia con la nonna. Conversazione.

“Al sole fa caldo!”
“Tieni la giacchetta però.”
“Guarda che bello il sole, nonna!”
“Eh ma, non durerà.”
“Vabbè, intanto godiamocelo, no?”
“Eh ma qua ci prendiamo di sicuro l’acqua.”
“Ma magari no, sù!”
“No, no, non può migliorare.”
“…La prossima volta esco col nonno.”

Figlio mio, mi sa che fai bene.

Aristotele ne converrebbe.

L’amico vero è colui con cui puoi parlare amabilmente dell’argomento principe di ogni conversazione: la cacca.

La chiamavano Pippo

Sono goffa, maldestra, e adesso ho anche i capelli neri, risultato di un episodio, appunto, goffo e maldestro. Si potrebbe pensare che dopo numerosi tentativi in cui mi sono accorta che sì, la donnina dalla chioma luccicante che sorride soddisfatta dalle scatoline della Garnier, L’Oreal e marche varie in realtà stava mentendo (un pò come la pubblicità delle insalate di tonno Rio Mare, dove miracolosamente quando apri una scatoletta ti si para davanti una perfetta ed armoniosa composizione), bè, si potrebbe pensare che dopo aver preso questa consapevolezza la sottoscritta sappia cosa fare davanti ad uno scaffale di colorazioni. E invece no, la cocciuta insiste a pensare che, caspita, castano è castano, e non nero corvino. Questa volta avevo scelto un castano chiaro dorato. Chiaro! Do-ra-to! Mi sono detta, “Di sicuro questo sarà un pò più chiaro, no?” Non troppo, giusto un cicinìn, come si dice al nord.

Ho alzato la testa dal lavandino e ho salutato la mia versione Maracaibo riflessa nello specchio; oddio, andrebbe anche bene, se avessi la carnagione di Belèn Rodriguez. Ma siccome i vampiri accanto a me sembrano freschi di ferie a Formentera, l’accoppiata non è poi così vincente.

La verità è che ci sono affezionata, al mio essere goffa e maldestra. Stranamente è un lato di me che mi piace, pur essendo un lato difettoso. Sagittario pasticcione. Eccola, la parola giusta: sono pasticciona. Faccio pasticci a destra e a manca. Chi mi conosce lo sa, e credo che in fondo mi voglia bene anche per questo.

L’altro pomeriggio sono andata in banca armata di machete, lanciafiamme, bazooka e mine anti-uomo: il giorno prima avevo scoperto che quei bastardi figli di una donnaccia di strada mi avevano stornato un assegno appena versato (versato, tra l’altro, tra lacrime di sudore- quattro tentativi al bancomat versamenti, dieci minuti di scervellamento su come inserire la data dell’assegno), tirando fuori la Linda Blair che c’è in me. “Buongiorno. Sono qui per avere delle SPIEGAZIONI.” Primo piano di narice allargata e del fumo nero che ne esce. Stacco zoommato su occhio iniettato di sangue. Dopo cinque minuti, con un’efficienza mai vista in una banca italiana, il mistero è risolto-

“Vede, non è stata effettuata la girata. Doveva firmare sul retro, qui.” La signora Ilaria, mamma di una bimba (come al solito ho scannerizzato in fretta il suo ufficio e le pareti tappezzate di disegni dei pargoli- l’abbondanza di farfalline e fatine mi fa pensare che la prole in questione non sia dotata di pisellino), mi indica con l’indice lo spazio che dovevo firmare, il suo fare quasi materno. Forse le disegnerò anch’io una farfallina da aggiungere alla collezione.

E’ seguito un silenzio di tomba, intervallato solo da qualche balla di fieno, prima che io prorompessi in un intelligente e misurato “………Ahnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn…………………..“. Mamma Ilaria, rassicurandomi, ci ha tenuto a far presente che è un errore comune. Grazie, Mamma Ilaria, per aver tentato di farmi sentire meno imbecille.

Andando via ho avuto una collisione con una poltrona. Ho poi dimenticato il bancomat allo sportello- bevevo il mio shottino di caffè macchiato al bar quando mi è arrivata la telefonata dalla banca, “Erm, abbiamo trovato la sua tessera bancomat, la può riprendere nell’ufficio della signora Ilaria M.” E così ci rivediamo, signora Ilaria. Le sono mancata? Tenga, le ho fatto un disegnino… Per non farmi mancare nulla, dopo aver provato un paio di scarpe e aver stabilito che i miei piedi giganti provano verso di me un odio tenace, ho dimenticato la borsa in negozio. Sono uscita pensando “TOH, come mi sento leggera! Finalmente il peso della vita non mi tedia più, ho trovato la pace!”

Con mia fortuna le commesse erano troppo indaffarate dietro ai clienti per notare la povera mentecatta che è entrata ridendo da sola, ha arraffato la sua borsa e, sempre ridendo, è uscita esclamando ad alta voce, “Certo che sono proprio imbecille!”

Karma karma karma karma karma chameleon.

Ero in un parchetto a spasso col mio cane, quando Ella si decise a fare la cacca- tra l’altro pensate all’umiliazione dell’essere guardati mentre si fa la cacca. Per rispetto (e anche perchè sinceramente non comprerei un biglietto per guardare qualcuno mentre fa la cacca, non è uno spettacolo del mio tipo), quando Phoebe la deve fare, mi volto sempre dall’altra parte. Anche perchè quando per sbaglio incrocio il suo sguardo mentre la sta facendo vedo sul suo muso un’espressione traducibile in “Embè? Chetteguardi? Che non cachi tu? Villana.”

Dicevo, Ella la fa, io pesco nella tasca dei miei pantaloni per tirare fuori il sacchetto, lo apro e mi accorgo che è bucato. Non un buchetto qualsiasi. Il buco era dello stesso diametro dell’apertura. Del tutto inutilizzabile, quindi.

Mi guardo intorno. Non c’è nessuno. Guardo Phoebe, che a sua volta mi fissa con sguardo di rimprovero quando le dico “Vabbè sù, andiamo.” “E la cacchetta?” “Beagle, non è questo il momento per avere il dono della parola. Taci e cammina.” Da cittadina mascalzona (e vabbè, per una cacca infrattata nell’erba alta… uhm.) fo per andarmene.

Stiamo per uscire dal parco quando sento nell’aere un odorino poco piacevole seguire me e il mio cane. Con una gocciolina stile manga a decorare la mia faccia, alzo un piede e vedo che la mia suola è imbrattata di un ricordino fresco fresco di altro animale.

Tu chiamala se vuoi, espiazione.

Disgrazie Musicali

Provo un senso di totale ammirazione per chiunque sappia suonare uno strumento musicale. Bè, oddio, dovete saperlo suonare, altrimenti son buoni tutti, anch’io alle medie mi dilettavo a suonare il simpatico flautino odiato da ogni genitore di figlio obbligato a suonare il Simpatico Flautino.

Non so se quando eravate alle medie vi hanno mai obbligato a suonare il Simpatico Flautino durante l’ora di musica. Disgraziatamente, io sì, son stata obbligata. Ricordo di aver imparato a suonare l’Inno alla Giuoiua, tra i due o tre pezzi che la nostra professoressa è riuscita ad insegnarci in tre anni. Per conto mio mi sono addirittura cimentata in un pezzettino del ritornello di Don’t Cry For Me Argentina (no dico! Don’t Cry For Me Argentina! Una pista nera della canzone proprio.) Odiavo quello stupido flauto. Lo odiavano i miei, lo odiavano i vicini. L’ho odiato qualche anno più tardi, quando la ragazzina che abita due piani sopra di me andava alle medie (ergo era in fase Simpatico Flautino). Il Simpatico Flautino veniva odiato soprattutto a fine novembre/inizio dicembre e a maggio. Il saggio di Natale e il saggio di fine anno, capite bene. In ogni classe c’è quello che fa biecamente finta di suonare, perchè a lui del Simpatico Flautino non gliene frega proprio nulla, proprio non ce la fa, lo vuol vedere bruciare quel pezzo di legno. Io ero chiaramente quel tipo di alunna. Mi mettevo di fianco a chi sapeva il fatto suo, mi infilavo tra quelli bravi insomma, e mi destreggiavo in un playback di tutto rispetto.

Il Simpatico Flautino ti faceva sbavare come una biscia. Lo so che non ero la sola a cui ogni tanto cadeva un rivoletto di saliva dal fondo del flauto. Ammettetelo, sù. Non sempre, ma nelle sessioni hardcore, quando invece di soffiare con delicatezza ci si dava a dei FIIIIIIIIIIIIIIIIII disperati, ci si sbrodolava. C’era poi lo scovolino, attrezzino con cui pulire il Simpatico Flautino. Tutto colorato, lo scovolino. Lo ficcavi dentro il flauto e tornava fuori che pareva avesse fatto la doccia.

Comunque, per tornare a noi. Dicevo di provare profonda ammirazione per chiunque sappia il fatto suo con uno strumento musicale. Qualunque strumento, tranne forse il triangolo. Basso, pianoforte, violino, violoncello, chitarra, batteria, xilofono, vi guarderò con reverenza perchè pur avendo sempre desiderato suonare, il mio talento musicale è pari a -24394357.

Vi dirò di più, temo che gli strumenti musicali provino terrore nei miei confronti. Mi vedono, e si nascondono. O svengono, ossia cadono come delle pere. Più volte degli amici (tzè, stolti! Illusi!) hanno provato a darmi in mano una chitarra. Pazientemente, mi hanno illustrato le canzoncine più semplici a loro conosciute. Risultato? Una delle chitarre mi è sgusciata dalle mani nonostante la presa a prova di bambino, l’altra ha guaito e il proprietario mi ha diplomaticamente detto “…Eh ma uhmmm… sei mancina…” La mia povera nonna, dopo anni e anni, è riuscita con difficoltà ad ottenere dalle mie manine un timido “Fra Martino Campanaro” al pianoforte, pianoforte a coda che una volta scomparsa mia nonna non ho più visto in quanto figurarsi se lasciavano quel popò di strumento nelle mie mani. E ormai già conoscete le mie avventure di playback col Simpatico Flautino. Non posso neanche dire di essere dotata di una bella voce. No, sono stonata come una campana, il latrato di un asino morente suona come Maria Callas al mio confronto. Una tragedia, insomma.

Perciò, se mai vi tedierò con suoni tendenti al “OOOH UUUHH AAAHH” quando vi vedrò con uno strumento musicale in mano, abbiate pazienza. Ai miei occhi siete dei piccoli supereroi.

Quattroruote

Questo post è stato scritto mesi fa e pubblicato in altri lidi. Bene, ora ve lo sorbirete anche voi.

Nonostante io non guidi, nutro per le quattro ruote un profondo sentimento di passione carnale, ereditato da mio padre. Mi sembra di aver già avuto modo di dire che quando ero piccola, il mio vecchio mi comprava modellini della Bburago che tutti i maschietti della mia classe invidiavano profondamente; nel weekend, mi faceva giocare al meccanico.

Ho sempre amato i lunghi viaggi in auto; lo trovo il modo migliore di viversi un viaggio, e sono felice di essere stata cresciuta con l’abitudine a rimanere ore e ore con l’asfalto sotto le ruote. Alcune persone si mettono le mani nei capelli al solo pensiero di farsi un viaggetto di sedici ore da Aosta a Lecce. Io… bè, io gioisco col culetto che comincia a saltellare sulla sedia.

Crescendo ho cominciato a soffrire di mal d’auto, che mi ha dato la scusa per sedermi sempre davanti. Col tempo, con gli amici questo mi ha fatto automaticamente rivestire il ruolo di Navigatore Ufficiale. Quando mi siedo accanto al guidatore è un pò come se mi immedesimassi nel ruolo della persona accanto a me- aggiungete il piccolo dettaglio della mia assoluta mancanza di pazienza, e avrete più o meno il quadro della situazione: per farla breve, sono un virgulto di insulti urlati agli altri automobilisti (questa invece l’ho presa da mia madre). Uno scaricatore di porto al mio confronto è un novello Dante Alighieri, un bovaro del padovano un Petrarca innamorato, un truzzo di Busto Arsizio uno Shakespeare mancato. Ci siamo intesi, no? La ciliegina sulla torta è che quando lancio insulti in macchina, mi escono in veneto. Il bello è che io, seppur veneta, il dialetto manco lo so.

L’altra sera stavo appunto urlando insulti a un automobilista di fronte alla nostra auto, quando ho preso l’importante decisione di stilare una lista delle categorie che mi offendono sulla strada.

Premessa: non è una hit parade, le ordino come mi capita.

Il Vecchio col Cappello: leggenda narra che basti vedere la sagoma di un cappello sulla testa del guidatore di fronte a noi per sapere che ci si trova dietro ad un emerito imbecille che non ha la minima idea di come si usa un’automobile. Il 99% delle volte questa non è una leggenda metropolitana. L’uomo col cappello di solito è un anziano signore in Panda, 500 (quelle vecchie, ma non c’è bisogno di dirlo) o un’altra macchina Fiat ormai fuori commercio da come minimo vent’anni. Magari addirittura una DUNA, che sarebbe davvero il massimo.  Il vecchio col cappello è un cretino. Un idiota, un mentecatto, un emerito imbecille. Va solitamente a 3km all’ora (d’altra parte, la sua macchina più di così non può dare). Non si accorge del semaforo verde, ama stare al centro della carreggiata, si dimentica di mettere la freccia per girare, e in generale trova sempre un modo nuovo, originale e crudelmente creativo per aggrapparsi ai maroni del guidatore dietro di lui e giocarci a dadi. Perchè ha ancora la patente, il vecchio col cappello? Perchè? Non si sa, ma probabilmente lui la rinnoverà di nuovo quando noi saremo già nella tomba, e la sua fottutissima Panda del ’74 passerà la revisione anche nel 2050.

La Donna col SUV: ah, lei. La donna col SUV. Ovviamente ci gira in città all’ora di punta. Perchè è cretina. Nella mente grande quanto un’oliva snocciolata della donna col SUV, andare all’Esselunga alle cinque e mezza del pomeriggio è un’idea da Nobel per la fisica nucleare. Notare che il SUV è sempre lindo e pulito perchè non è mai uscito dalle mura della metropoli. No, lei e il marito si sono comprati questo Sport Utility Vehicle a Milano perchè lui ha il pene microscopico e due testicoli grandi quanto anacardi e lei vuol far vedere alle amiche che lui non ha affatto problemi di erezione. La donna col SUV solitamente è una casalinga/mantenuta, ecco perchè ha il tempo di andare qua e là per la città in SUV tutto il giorno spaccando i maroni agli altri. La sua idea di parcheggio coincide con quella di giocare a flipper con le altre automobili- ogni volta che la miracolata riesce a trovare un buco abbastanza grande dove infilare il suo carro armato, il numero delle volte che andrà addosso alla macchina davanti e a quella dietro è direttamente proporzionale alla dimensione della sua cotonatura e al numero di monili che la signora si porta addosso. Non sa guidare e lo ostenta quasi con orgoglio quando è in strada, ignorando ogni altro singolo automobilista. Di questa categoria fanno ne fanno parte altre due, le seguenti.

La Mamma col SUV: il terrore di chiunque si trovi in strada a mezzogiorno e mezzo e alle quattro del pomeriggio, gli orari del demonio: la fine della scuola. La mamma col SUV è la versione estrema della donna col SUV: dopo il parto, riesce non si sa bene come ad essere rincoglionita il doppio. La mamma col SUV ha un bel “Bambino A Bordo” appiccicato sul retro dell’auto, che fa rizzare i capelli al disperato che se la trova davanti. Va all’asilo, alla scuola materna, alle elementari e medie col suo bel SUV a prendere i suoi figliuoli, che di solito sono i fighetti teste di cazzo avviluppati in una sciarpa di Burberry già dalla prima elementare. D’altra parte, con la madre che si ritrovano… La mamma col SUV di solito è bionda tinta e scarrozza i figli a tennis/golf/danza/equitazione/polo/lancio del disco dopo il doposcuola, perchè sia mai che si levi dalle balle con quel suo maledettissimo SUV. Viene il sospetto che iscriva i figli a tutti questi corsi extrascolastici solo per dare fastidio a chi si trova per strada.

La Vecchietta col Pellicciotto in SUV: questa è una categoria nuova, che però sta prendendo piede in città. La vecchietta col pellicciotto (che chiameremo affettuosamente Vecchia Bastarda), è molto probabilmente la madre della donna in SUV, la nonna dei figli della mamma in SUV, insomma. L’auto è quella del genero senza pene, che avendo le palle grandi come anacardi come avevamo detto, lascia l’auto in mano alla vecchia bastarda perchè non è abbastanza duro da dire “Eh no, vecchia bastarda, col cazzo che ti lascio guidare il mio Sport Utility Vehicle da 20000 euro che ho comprato da usare solo ed esclusivamente in città per compensare la mia carente virilità.” Segni particolari: ha il pellicciotto e guida come la figlia. Il marito probabilmente è un Vecchietto Col Cappello.

Lo Straniero Confuso: per “straniero” si intende straniero nella città dove purtroppo sta girando. Un milanese a Roma è straniero e viceversa, per dire. Per quante mappe possa aver studiato, per quanti navigatori lui possa avere, per quante mogli possano esserci di fianco a lui a dirgli “T’HO DETTO CHE C’E’ IL CARTELLO CHE DICE DI GIRARE A SINISTRA, PORCA PUTT- GIOVANNI, BASTA TIRARE LE CACCOLE A PIETRO, GUARDA CHE VENGO LA’ DIETRO E TI MENO.”, non sarà mai pronto ad affrontare la nuova città. Se lo straniero poi viene da oltre i confini nazionali, ancora peggio. Perchè diciamolo, noi italiani si ha uno stile di guida tutto nostro che solitamente lascia gli altri traumatizzati. Quando la macchina di fronte a noi ha un andamento titubante, l’occhio cade sempre sulla targa. Scatta il “Ecco, lo sapevo, questo è di Cuneo/Brescia/Taranto/Agrigento/Aosta, ma porcaccia di quella…” Più piccola è la città d’origine del visitatore (e più grande è la città dove si guida), più alto è il tasso di stronzate che il visitatore commetterà. Quattro frecce in mezzo ad un incrocio, inversioni ad U, a Napoli avranno la malcapitata idea di fermarsi ad un semaforo rosso, cose così insomma. Non sanno cosa fare, non sanno dove andare. Un pò fanno pena. Poi però ti fanno girare i maroni, e il poco sentimento di pietà che provavi nei loro confronti evapora come sale da bagno.

Il Turista Tetezco con Familia di Cinkvanta-tue Pampino UND Tafola da zurf UND Kvattro Piciklette zopra Zua Pella Volkswagen (Ze Peneztante Lui Ha ZUV ti BMW, Jawohl): Questi li si incontra in autostrada, all’autogrill etc. Loro zono tetezchi, ja, e loro fiene in Italia portandosi dietro mezza Germania manco stessero trasferendosi in pianta stabile. Danno fastidio soprattutto in autogrill perchè hanno la sindrome da “passaggio del confine”: come mettono piede in Italia, si lasciano un po’, come dire, andare. Cartaccia e rifiuti, a casa loro, andrebbero nel cestino; qui ne vedono una in terra quindi si sentono in diritto di usare il marciapiede come cassonetto. Il pampino tetezco poi è sempre accompagnato dalla mamma a fare la pipì in krazioza aiuola ti autokrill. Mentre il papà si denuda perchè, dio santo, Italia = caldo, pure a gennaio in Val di Fassa.

La Carovana: tra amici e in famiglia, ma soprattutto in famiglia. Quelle famiglie numerose che decidono di andare in vacanza tutti insieme. C’è sempre il pirla, quello che non sa la strada. E allora che fare se non una BELLA CAROVANA? La carovana è vissuta con ansia. L’unico che se ne sbatte allegramente è il guidatore della prima auto. Tanto a lui che gli frega? Sono quelli che all’autogrill prendono sette parcheggi, scendono sudaticci e, dal bisnonno al pronipote di un mese, si mangiano cinque panini con la mortadella. La carovana va lenta, perchè si guida nella perenne angoscia di perdere qualche pezzo. E’ impossibile da superare su una statale, in quanto da scaltri si mettono vicini vicini senza dare lo spazio per infilarsi alle altre macchine, quindi auguri a sorpassare una fila di cinque auto senza doppia corsia. Se anche si riesce in qualche modo a spezzare la Compagnia dell’Anello, ecco il panico impossessarsi dell’auto di fronte alla vostra, perchè, accidenti, hanno perso lo zio Mario! Quindi rallentano, mettono la freccia, etc. Si nota un gesticolare di ombre nella macchina, cellulari tirati fuori, “Pronto? Pronto? Adelina?? Sì sì no, siamo qua, aspettateci, magari fermati, che non vi vediamo più!!!!” Tu guidi una Fiat Punto, e loro, con due station wagon e te in mezzo, non si vedono più. Solitamente il capo famiglia è un Vecchietto col Cappello, sì.

Mr. Finto Sorpasso: altra categoria da autostrada. Di solito ha una macchina che è già tanto se si può permettere l’autostrada. E gli piace tanto, ma proprio tanto, la corsia di sinistra. Così tanto da piazzarsi lì anche se non ha la minima intenzione di superare. No. Lui mette la freccina, si sposta, e sta quel pelo dietro la macchina da superare che basta a bloccare il traffico e a procurare l’orticaria ai genitali. Non ha fretta, Mr. Finto Sorpasso. Gli piace solo stare in mezzo alle balle. La corsia di sorpasso lo fa sentire, come dire, importante. Quasi quasi speri di incrociarlo nei bagni dell’autogrill per poterlo menare in un cesso.

Il Furbone: di solito ci fa una figura da culo perchè la sua furbizia in realtà si rivela essere pura idiozia. Stiamo parlando di Mr. Corsia d’Emergenza Durante Una Coda, Mr. Aspetto Fino All’Ultimo Prima di Immettermi In Un’Altra Corsia, Mr. Quella Coda E’ Chiaramente Più Veloce di Questa, Mi Ci Ficco, etc. Il suo ragionamento non è mai “Se c’è tutto questo traffico ci sarà un motivo.” No, il suo ragionamento è “Guarda questa banda di idioti, tutti imbottigliati. Hahaha, gliela faccio vedere io, che sono figo e astuto come un’anguilla.” Il furbone viene immancabilmente superato dalla macchina che era dietro di lui al momento in cui ha deciso di fare la Furbata, perchè sto imbecille ancora non è riuscito ad immettersi nella corsia giusta.

Il Parcheggiatore Indeciso: parcheggiare non è mai così facile, si sa. Ma certe persone mostrano una particolare ostilità al solo voler imparare a farlo. Esse girano per le strade guidando a passo d’uomo, incuranti di quello che accade loro intorno, perchè sono troppo prese dal compito ingrato di cercare un posto vuoto. Faccio notare come molto spesso questo capiti in una via dove è palese che non c’è un buco, non uno, dove infilare la macchina. Non una Smart a dare l’illusione di un posto vuoto, no. Sono tutti pieni. Si vede. Da lontano. E loro no, imperterriti, lenti lenti, come ad aspettare una manifestazione divina. Della freccia o ne abusano (dando quell’irritante sensazione pruriginosa, quello stare in bilico, quel “Dai che ora si toglie dalle balle.” che si rivela un’illusione fin troppo ottimista), o la ignorano completamente. Il 95% dei parcheggiatori indecisi sono donne. Non necessariamente in SUV.

Il Pirlarincipiante: lui è il più giustificato, ma non per questo meno irritante. E’ una persona a cui viene voglia di dire, “Guarda, niente di personale, ma levati dai coglioni.” Perchè, poverino, lui sta imparando. Non è ancora arrivato a mettere in quarta, gli scappa il piede dalla frizione ai semafori, va piano perchè gli sembra di correre o va troppo veloce perchè gli sembra di andare piano, etc. Di solito è sempre concentrato sulla cosa sbagliata. I cartelli quando dovrebbe guardare le altre auto. Lo specchietto quando dovrebbe guardare i cartelli. Davanti quando dovrebbe controllare dietro. Dietro quando dovrebbe tenere gli occhi inchiodati davanti. E’ nervoso, e un colpo di clacson lo fa sudare manco fosse la fontana di Trevi. Quella P è l’equivalente stradale di un gatto nero che attraversa la strada, solo che qui non si tratta per nulla di superstizione.

Il Neopatentato: finalmente il Pirlarincipiante ce l’ha fatta, e gli hanno consegnato il suo bel tesserino da patentato. Quando si dà in mano una patente, quello che una volta era un timido fringuellino impaurito al pensiero di volare con le sue stesse ali si trasforma in quello che lui crede essere un Figo di prima categoria. Solitamente sono i maschi ad avere questa reazione. Hanno la patente, loro. Questo automaticamente fa di loro degli Schumacher. Il volante non ha segreti per loro. Loro posseggono la strada, loro vanno dove li porta il kuore, finalmente possono portare la morosetta ad infrattarsi in campagna per toccarle le tettine perchè LORO HANNO LA MACCHINA. E SANNO GUIDARLA. LA SANNO GUIDARE BENISSIMO. I MOTORI NON HANNO SEGRETI PER LORO. E’ un pò come una seconda Prima Erezione, mettiamola così. Solo che non si rendono conto che non è vero, che solo perchè ora non hanno più quella P, quella lettera scarlatta marchiata sul didietro non vuol dire che siano meno incapaci sulla strada. Non si chiedono perchè un neopatentato per un paio di anni rischi di perdere più punti sulla patente. PERCHE’ NON SAI GUIDARE, IMBECILLE.

Il Milanese: qui per milanese intendo il Guidatore Metropolitano. Lui è lo scazzato per antonomasia. Esce di casa avviandosi all’auto con i testicoli che già volteggiano nelle mutande come pale di una centrale eolica. Ha una smorfia tatuata in volto e una ventiquattr’ore da buttare sul sedile accanto al suo. Soprattutto, è un Masturbatore del Clacson. Proprio non ce la fa, il clacson è il suo secondo pippolo e la sua mano ne è costantemente attratta. Il pedone non può pensare di attraversare la strada, che lui, sette metri più in là, già gli strombazza dietro. Al semaforo, palpeggia con passione il centro del volante quando la luce è ancora rossa. Incazzato. Perchè FA TARDI. Perchè oltre a lui NESSUN ALTRO SA GUIDARE. Perchè VENGONO TUTTI DA FUORI. Perchè, per esempio, lui è Milanese e deve andare a lavurà, testina. A casa, di notte, va su internet e cerca su Google foto di clacson mentre la moglie dorme. Mmm, clacson…

Il Trattore/Camion della nettezza urbana: questo lo si incontra sempre appena fuori città quando si ha fretta. Si è sempre di fretta quando si incontra un trattore o un camion della nettezza urbana. Nel primo caso, è guidato da un contadino che, fatalità, ha il cappello. Che coincidenze di categorie. Non si sa cosa ci faccia appena appena fuori dai borghi di città un trattore, fatto sta che spunta dal nulla quando meno te lo aspetti e si affeziona facilmente a te, non lasciandoti più andare. Inutile cominciare a pregare quando vedete uno svincolo a qualche metro da voi- non metterà la freccia. E state sicuri che dove dovete girare voi, dovrà girare anche lui. Il trattore è probabilmente guidato da quel rompiballe di Nonno Nanni o da quelli della robiola Osella. Alle fattorie…

Quello Che Sta Facendo Altro: a volte in macchina guidare è l’aspetto secondario. Anche quando il motore acceso e l’auto si sta muovendo. C’è sempre quello che al volante si sta dedicando ad altre attività. Parla al cellulare, si mette il mascara, si prepara un panico, fa le parole crociate, si tiene il quotidiano sulle gambe per leggere al semaforo. Chi più ne ha più ne metta, i guidatori sono molto, molto creativi. Ovviamente questo comporta numerose cazzate da parte loro, che una volta fatte vengono accolte con una faccina sorpresa e scioccata. Perchè loro non credevano… pensavano di avere tutto sotto controllo, cosa vuoi che sia guidare in mezzo al traffico all’ora di punta mentre si prepara una torta salata?

Il Ragazzino in Motorino: ragazzino in motorino, te possino. Sfreccia sul suo motorino con la sindrome da “Sono il re del mondooooo!”. Si infila dove non deve. Impenna perchè è tanto bravo e cool, poi cade, ci fa la figura di merda, e chiede al papi i soldini per riparare la sua creatura. Il ragazzino in motorino è una versione adolescenziale del ciclista, di cui ora andiamo ad occuparci.

Il Ciclista: il ciclista è odiato dall’automobilista più di tutte queste categorie messe insieme. Perchè il ciclista è un grandissimo stronzo. Per una serie infinita di motivi. Pensa di essere un mondo a parte, il ciclista. Pedala per le strade sentendosi padrone di andare dove gli pare, vuoi perchè non ha motore, vuoi perchè è piccolo e si muove agile come una gazzella; si crede esentato dalle regole della strada. Il semaforo? Ma chi se ne frega, c’è libero. Vo. Senso vietato? Ma chi se ne frega, c’è libero, sono piccolo e invisibile. Vo. Il marciapiede? Ma chi se ne frega, sono leggero e prendo poco spazio. Vo. Le macchine? Ma chi se ne frega, che fastidio do? Mi appoggio. Pedalare? Ma chi se ne frega, voglio godermi la natura. Sono una leggiadra farfallina. Non pedalo e sto in mezzo alla strada con una fila di trentadue macchine dietro di me. E così via. E’ molesto e sempre in agguato. Spunta da ogni luogo. Non pedala quando deve pedalare, sta in mezzo alle balle, e, peggio che peggio, se per caso lo prendi sotto, la ragione nel 99,9% dei casi ce l’ha lui perchè è piccolo e indifeso. Così ti tocca consumarti le gengive pregando Dio che la vecchia che pedala a slalom al tuo fianco tenendo cinque sacchi della spesa in equilibrio sul manubrio non ti si spalmi sul cruscotto, altrimenti i cazzi sono tuoi. Ma porcaccia la miseriaccia.

Il Pedone: il pedone è il ciclista senza ruote. Del pedone c’è da aver paura perchè come il ciclista, se si fa male la colpa è tua. E come certi ciclisti, certi pedoni, in quanto indifesi, si credono tutelati a prescindere. Oppure sono più semplicemente dei cretini incoscienti. C’è il pedone che non controlla quando attraversa, per il semplice fatto che è sulle strisce. Quello che si mette dietro la tua macchina quando stai facendo retromarcia, e non si sposta finchè non gli tiri due colpi di clacson, al chè, con aria rigorosamente sdegnata, lentamente si fa da parte. Quello che sta sulle strisce, ma non vuole attraversare. PERCHE’ TI METTI SULLE STRISCE ALLORA, MALEDETTO. Quello che in una strada stretta di montagna, quando ti sente arrivare, ci mette quelle cinque, sei orette a spostarsi al lato della strada, e quando gli passi di fianco ti squadra come se, invece che passare di lì, tu stessi fornicando in luogo pubblico. Il pedone anziano, poi, è tutta una storia a sè. Il pedone anziano non esiste, appare. Houdini non è nessuno di fronte al pedone anziano. Ello si trova in mezzo alla strada e si comporta come se stesse camminando nel corridoio di casa- cammina, lemme lemme, completamente all’oscuro del fatto che due auto l’hanno quasi falciato, che un camion gli si è fermato a tre dita di distanza, che un ciclista per evitarlo si è appena spalmato su un cassonetto, e così via.

Siccome le categorie sono infinite, ogni illuminazione è ben accetta. Buon viaggio!

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